Molte sono le versioni del mito di Dafne, ma tutte hanno in comune la trasformazione di quest’ultima in un albero d’alloro.

Rinunciando al proprio corpo pur di sfuggire a un amore indesiderato, la performance si propone di essere un epilogo immaginario della vicenda. Riacquistando potere sul proprio corpo, Dafne ritorna alla sua forma fisica. I cubi rappresentano l’originaria forma che la imprigionava e con questi ultimi, lei esplora il mondo intorno a sé tramite forme ed equilibri.

La violoncellista, oltre a creare un paesaggio sonoro contraddistinto da un moto continuo, introduce il tema del doppio, ridisegnando un’ulteriore interpretazione del mito, fino al fondersi delle due figure, lasciando ambiguo il rapporto tra sogno e realtà.

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