approfondimento

Il Corpo che schiude meraviglia

By 16 gennaio 2018 No Comments

Il corpo che schiude meraviglia
di Francesca Magnini
Riflessioni sul processo creativo di Davide Valrosso – Prove d’Autore XL

I giorni trascorsi a osservare, ma anche a sperimentare fisicamente il training di Davide Valrosso, hanno svelato cosa significa caricare il corpo di un’esperienza forte e sentire risuonare addosso tutte le trasmissioni d’informazioni, fisiche e mentali, nate da questa stessa esperienza.

Il coreografo in un primo momento ha fornito spunti e suggestioni funzionali all’immersione totale nel gesto, nell’attesa di una prodigiosa illuminazione. Ogni danzatore ha iniziato man mano a scoprirsi creatore e interprete di se stesso. Le relazioni tra i corpi e l’esplosione della materia, hanno poi portato l’occhio supervisore a “dissolversi” naturalmente di fronte all’unicità dei singoli, all’energia sprigionata dai contagi della carne, in un campo magnetico capace di accrescere linfa vitale e donare nuovo senso di appartenenza a una comunità di sguardi.

L’invito costante a investigare le specificità del corpo come organismo che è fatto di piccole, anche minuscole parti che hanno un peso nel determinare dove va il movimento – non solo piedi, mani, ginocchia, polsi, ma anche ossa, organi, lingua, voce, capelli – ha portato alla presa di coscienza, da parte dei danzatori, che non esistono modi di muoversi giusti o sbagliati (significati) ma solo modalità di produzione di senso (significanti).

Durante il lavoro, nelle indicazioni di Davide, si è intravisto un continuo rimando alla dimensione linguistica, innescato allo scopo di canalizzare la richiesta verso gli strumenti offerti. Lo stimolo a esplorare l’intera anatomia umana con tutte le variazioni di tono possibili, riportando sempre il gesto a un’origine nuova, è servito a considerare “tutte le virgole, i punti, le doppie, le parentesi, le sospensioni del corpo”, insieme all’evidenza che tra una transizione e un’altra non c’è mai interruzione di punti – come tra una parola e l’altra – ma solo uno scivolamento fluido di azioni. Dare peso all’ambiguità semantica del gesto, al suo aspetto simbolico e non letterale, equivale a scollegarsi dall’aspetto visivo-spaziale a favore di quello percettivo-sensoriale e a svelare il pensiero che c’è dietro ad ogni singolo movimento. Immaginare sempre il “come se” dell’azione porta, infatti, a un arricchimento delle qualità del movimento, alla manifestazione del suo senso più intimo.

In questa prospettiva l’indicazione, ad esempio, di muoversi “come vermi senza ossa che scoprono le cose perché non le sanno ancora fare”, come “i girini che cominciano a esistere” in una densità acquatica che ha il sapore del profondo del mare, ha aiutato a fare tabula rasa delle conoscenze e di alcuni vizi di forma, a favore di un ritorno al “grado zero” del gesto: fare tutto come fosse la prima volta, farlo davvero. Il primo passo dell’uomo sulla terra o sulla luna, la camminata dei quadrupedi, poi quella a due zampe, alla riscoperta della semplice verticalità, che è pur sempre un equilibrio precario.

L’attenzione al dettaglio durante il training ha incrementato al massimo le possibilità di comunicazione: un’esortazione decisa a creare e distruggere i propri schemi e portare la consapevolezza fino all’estremo – resistendo anche alla pressione e al disagio – variare la norma, produrre calore, renderlo visibile e sviluppare qualità nel gesto quotidiano.

Uno scarto verso l’ignoto, a vantaggio di una potenza nascosta che immerge e muove i danzatori, tra implosioni ed esplosioni del respiro, nei tre elementi principali di questo lavoro che sono la luce, il suono e l’altro. Esplorare al buio la sensazione di ciò che è “fuori da me”, ha portato a capire come risolvere i problemi, gli ostacoli di percorso con la pura intelligenza del corpo, senza la preoccupazione di riprodurre l’uguale. C’è stato un chiaro percorso di transizione dal singolo al collettivo: l’evoluzione verso un organo che crea da dentro il suo ritmo e usa la pausa come esperienza della sospensione, alla ricerca del “luogo giusto”, anch’esso sospeso tra l’io, l’altro, la fiducia, il pragmatismo e il dialogo. Non c’è più una soluzione corretta o scorretta rispetto alle indicazioni di riferimento, ma solo un canale da seguire, una ricerca di organicità che lascia aperti numerosi varchi.

Durante questo processo sono emersi alcuni scarti di senso nel linguaggio di lavoro: ad es. l’istruzione di muoversi come “velluto” – usando cioè energia che non è forza – o di “sintonizzarsi con l’altro” che non significa rappresentarlo uguale identico, ma avvicinarlo per associazione d’idee. Non è la storia della danza ciò con cui ci si confronta, ma la storia del corpo e ogni occasione è buona per per trovare una lettera in più nel proprio vocabolario, per provare a danzare una lingua nuova.

La necessità di “problem solving” di fronte alla quale sono stati messi i danzatori, ha indotto tutti – nessuno escluso – a cogliere le infinite possibilità del proprio corpo passando per il rischioso momento del “non sapere”. Di qui la riflessione sulle condizioni adatte per compiere un’azione e la conclusione che l’occasione giusta è data sempre dalla logica stessa dell’azione. Rispetto al compito prestabilito, il corpo si organizza in un progetto misterioso che pian piano si compie da solo, così il movimento si propaga per contagio e si trova naturalmente in un equilibrio di tempo-ritmo efficace. L’azione non si fa perché è richiesta, ma ci vuole tutto il tempo del processo. Il pensiero complesso dell’azione si scopre mobile, anche più del corpo perché il gesto di ognuno dipende da quello degli altri, verso la liquefazione totale dell’idea di corpo.

Quando tutti accolgono la possibilità di trasformarsi, di non inventare nulla, ma di trovare commozione in questo corpo unico ad alto gradiente di concentrazione – che tuttavia conserva intatte le varie specificità – il processo non è più individuale ma relazionale.

Il lavoro guidato da “task” radicali ha dimostrato che nella schiavitù del compito (che a volte può sembrare davvero una prigione) è sempre possibile trovare la libertà. Il sistema di composizione della danza ha funzionato quindi come una sorta di collage basato su diversi principi di azione in cui anche lo spettatore è immaginato come una presenza diffusa, pronta a soffermare lo sguardo sulle piccole cose, sulle anatomie e le biografie del corpo di ognuno.

La difficoltà più grande per i danzatori è stata quella di rinunciare a sviluppare le proprie idee quando l’occasione per farlo non si presentava spontaneamente. Non far nascere altro che quello che c’è: questo è stato il suggerimento essenziale di Davide, che ha prodotto a volte un senso di frustrazione, ma poi si è dimostrato traccia imprescindibile per accettare di potenziare soltanto quello che accade, sospensione e fragilità. Sottrarsi e donarsi all’altro, attraverso continue apparizioni e nascite possibili, un equilibrio in cui l’energia non muore mai, ma si trasforma sempre. Ogni volta un nuovo rituale che sfugge all’identico, donando allo spettatore la cosa più pura e commovente di tutte: il bisogno di esporsi senza filtri, consapevoli che rinunciare alle proprie azioni per l’altro è forse l’atto più generoso che si possa far

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